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Viviamo in un mondo in cui gli artefatti culturali — testi, immagini, suoni — non sono più prodotti esclusivamente dagli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale sono oggi capaci di riprendere, imitare e ricombinare abilità che consideravamo peculiari della nostra specie.
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Quello a cui stiamo assistendo non è una trasformazione del mezzo, ma l'ingresso in scena di un nuovo attore, capace di partecipare alla produzione culturale e di simulare una soggettività che non possiede.
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Questa trasformazione ci obbliga a ripensare categorie critiche storiche come autorǝ, opera, originalità, intenzione e stile, costruite per un mondo in cui a creare erano soltanto gli esseri umani. Oggi quelle categorie non bastano più a descrivere pratiche in cui l'atto generativo nasce da una collaborazione asimmetrica tra persone e macchine.
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I sistemi di intelligenza artificiale generativa producono testi, immagini e narrazioni plausibili, ma non condividono le condizioni umane della comprensione, dell'intenzione e della responsabilità. La frattura non riguarda solo la tecnologia: riguarda il modo in cui interpretiamo, valutiamo e attribuiamo senso agli artefatti culturali.
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Le discipline umanistiche possono aiutarci a comprendere, orientare e progettare i sistemi che partecipano a questa nuova scena culturale. Non a margine del processo, ma dentro.
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Le artificial humanities, termine coniato dalla ricercatrice Nina Beguš, sono un campo di ricerca interdisciplinare in cui le scienze umane contribuiscono alla comprensione, all'orientamento e alla progettazione dei sistemi basati sull'intelligenza artificiale generativa.
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Il loro compito è indagare ciò che emerge da questa collaborazione, le forme che assume, le questioni etiche che apre e il senso che produce o che manca.
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Deckard nasce per questo: come spazio di ricerca, scrittura e confronto in cui autorǝ, studiosǝ e progettistǝ provano a comprendere il passaggio in corso e a costruire strumenti per orientarsi al suo interno.